111^ Boston Marathon, lunedì 16/4/2007.
Fin dall’inizio, l’amico Mike (runner del Massachusetts) é stato davvero grande, unico. M’ha consigliato per la sistemazione, é venuto a prendermi in aeroporto, m’ha portato in giro (ritiro pettorali, visita percorso, cene di amici e figlia ...) e persino ospitato alla partita dei Red Socks ed alla sua cena di compleanno (la serata della gara).
A Boston non si parlava che della maratona. Città (bella) percorsa da runners ad ogni ora. Manifesti e cartelli ovunque. Tutti si congratulano per essere in gara e si chiedono a quante Boston hanno già partecipato. Solo il fatto d’esserci é già importante, significando l’avvenuto (senza trucchi!) raggiungimento del limite di qualificazione. Molti sono preoccupati dal non riuscire (anche per condizioni meteo, o di salute) ad ottenere il minimo per l’edizione successiva. C’é un certo orgoglio per la gara (la più vecchia, la più seria ecc.), condito da molto sano tradizionalismo (per esempio, non ci sono pacer).
L’argomento più affrontato nei giorni di vigilia riguardava le preoccupanti condizioni meteo. Negli ultimi anni, a metà aprile faceva già caldo, ma quest’anno la primavera era in ritardo: freddo (da -2 a +7° C.), pioggia, vento, niente foglie o gemme. Per il giorno di gara era annunciata, fin dal mercoledì precedente, una violenta tempesta "primaverile", con neve nell’entroterra, piogge intense (allagamenti in zone urbane e costiere), violento vento da ovest (allarme per danneggiamenti). L’organizzazione é parsa in grande apprensione. Diffusi comunicati d’allerta, avvisati atleti ed assistenza dei rischi/sintomi/cure per ipotermia, invitati i partecipanti a correre vestiti a strati (ma come si fa?). La gara (giunta alla 111^ edizione) non é mai stata rinviata per maltempo. Il vento ha rovesciato file e file di transenne e costretto allo smontaggio (e rimontaggio al lunedì mattina) dei tendoni nel villaggio di raccolta alla partenza. Sono stati dislocati lungo il percorso numerosi scuolabus per offrire rifugio ad atleti e volontari. In alcuni punti, hanno installato pompe per ridurre il livello dell’acqua in avallamenti stradali.
Sabato e domenica freddo, vento, pioggia e qualche accenno di grandine. Secondo le ultimissime previsioni della domenica, il momento più intenso della tempesta era atteso per le 2-3 di lunedì.
Dei 23.869 iscritti, un numero record non ha ritirato il pettorale: i partenti saranno "solo" 20.640. Io non ho mai pensato a rinunciare, né, dopo ansiosi consulti con Silvio, a partire più lentamente. Ero lì per correre a 4’30" e ci avrei provato in ogni caso: "Non si fanno prigionieri"! Decido di portare al luogo di partenza quanta più roba pesante possibile (nei limiti di capienza della sacca gara) e di correre leggero (tecnica maniche lunghe sottilissima, canotta e shorts sociali, guantini e fascia sulla fronte), tra l’incredulità e lo scetticismo di molti altri atleti.
Col mio tempo di qualifica (3.18’) sono stato inserito nel 7° "corral" (di 23: uno ogni 1.000 iscritti), con partenza (per i primi 10.000) nella prima "ondata" (la seconda segue di 30’). Alle 5,50, sotto la pioggia, ci si avvia al punto di raccolta. Passo la linea di arrivo, con un vento contrario tanto forte da arrestare il passo. Attesa brevissima ed a gruppi di 20 i cinquecento (!) scuolabus portano gocciolanti maratoneti al paese di partenza. La polizia blocca le strade ed i semafori al passaggio fino al vicino svincolo autostradale, per evitarci rallentamenti.
A Hopkinton la situazione é difficile. Per freddo e pioggia hanno aperto un paio di scuole, ma sembrano già piene. Il tendone é appena stato rimontato: stanno rinforzando i tiranti. Si é sull’erba bagnata. Mancano più di due ore al momento dell’avvio alle griglie. Con tutto il vestiario che avevo (piumino, doppi guanti, berretto di lana ecc.) mi rannicchio su un nylon. Si dormicchia e si cerca di limitare l’esposizione a freddo e vento. Gabinetti numerosi, ma lunghe code sotto la pioggia. Alle 9,30 lascio la borsa (molti scuolabus usati per portarci sono riconvertiti a trasporto sacche) e con la roba usa e getta (tuta tessuto non tessuto + sacco spazzatura) m’avvio verso il "corral". Molti hanno piedi in sacchi della spesa. Sembriamo l’armata degli straccioni! Di riscaldamento pre gara non se ne parla.
Sono pensieroso. E' la mia seconda maratona, la prima é andata bene, ma sarà stata fortuna? Ce la farò? Soffrirò il freddo? Il mio ginocchio terrà? A queste temperature ho corso solo un paio di allenamenti da un’oretta ed una campestre! A memoria, ho corso solo mezz'ora sotto la pioggia.
Il paese é tutto schierato a guardarci. Bandiere ovunque. Si canta l’inno nazionale: Star Spangled Banner . Il momento é commovente, sotto la pioggia, tutti in piedi ed attaccati. Lo canto anch’io, per contraccambiare questo grande Paese, che tanto ci ha dato: faccio la mia porca figura (me l’ero studiato apposta)!
Finalmente si corre, all’inizio in discesa. Piove, ma ormai non sento né pioggia, né (per ora) freddo. Al primo rettilineo in leggera discesa mi sorprende il colpo d’occhio della compatta schiera di (parte degli) oltre 7.000 runners davanti a me. La strada é solo a due corsie, corro sempre solo sul lato destro, facendo attenzione alla quantità d’indumenti gettati ed ad enormi pozzanghere (che cerco d’evitare, temendo scivoloni). Le mie Saucony (quasi) nuove sono subito zuppe ed un poco pesanti, ma l’attenzione é per gli elementi più importanti: il pubblico, il percorso ed il mio ritmo di corsa!
Il pubblico, lungo tutto il percorso, é straordinario e commovente. Non avrei immaginato di vederne tanto – e così partecipe – con quel tempo. Quante famiglie, quanti bambini, con stivali, impermeabili, ombrelli. Fermi sotto la pioggia, al freddo, sferzati dal vento. Tutti ad applaudire, incitare, porgere la mano per un bene augurante "cinque". Io sono qui per correre, per fare il mio pb, ma non posso non allargare la mano per ricambiare i sorrisi di quelli che sono come i miei figli! E poi gruppi di tifosi organizzati: comunità di paese e di quartiere, squadre sportive, comunità etniche (per esempio, i coreani di Hopkinton), dipendenti di aziende davanti al loro posto di lavoro, parrocchie (striscioni come "corri, Dio é con te"). Cartelli d’ogni tipo (vicino a Boston, ricordo d’aver sorriso ad un "nice legs"). Bambini e mamme che porgono piattini con caramelle o cioccolatini, spicchi d’arancio, bottigliette d’acqua. Persino fogli di carta da cucina o salviette rinfrescanti ... Poco prima della mezza, le ragazze del famoso college di Wellesley fanno un tifo indiavolato ed assordante. Protendono le mani ed invitano (anche con cartelli) a baci portafortuna; molti vi indugiano, ma disgraziatamente io non ho il tempo per approfittarne!
Il percorso é su strade statali, attraversanti sette paesi prima di Boston. I tratti di campagna sono tra boschi e qualche laghetto. All’inizio ci si sente un po’ allo stretto (solo due corsie, il primo rifornimento é problematico, non riesco ad afferrare un bicchiere e lo salto). Poi i tratti più larghi diventano frequenti e continui. L’affollamento diminuisce e si corre tranquilli.
Il traffico é ovviamente interamente chiuso (su entrambi i lati, anche in presenza di strade molto larghe e controviali). Nessuna auto posteggiata nel percorso. Fitta presenza di volontari (oltre 600), oltre a soldati, vigili del fuoco, poliziotti in divisa, infermieri Croce Rossa ogni miglio. I ristori sono frequenti: ogni 2 miglia, con acqua e Gatorade, sempre prima sul lato destro e – pochi metri oltre – replica sul lato sinistro. Per il freddo alle dita, non riuscirò a sfilare dal taschino le mie – pur già scartate – pastiglie di Enervit. Decido di alternare: una volta prendo acqua, una volta Gatorade. Vengono offerti solo capienti bicchieri di carta; malgrado i guanti, per riuscire ad afferrarli decentemente, devo scaldare le dita aprendo e chiudendole prima dei rifornimenti. Al 17° sono consegnate bustine di PowerGel. E’ una poltiglia dolcissima al cioccolato, tanto densa che sembrava fatta con la colla; ho provato ad mangiarne un poco, ma non riuscivo né a deglutirla – neanche con l’acqua – né a sputarla: ho gettato via il resto senza alcun rimpianto!
Nel percorso sono segnate, con evidenza e precisione, le miglia. Inoltre ogni 5 km e multipli - oltre alla mezza - vi sono ulteriori cartelli, con rilevamenti crono. Poiché la prima parte di gara é più facile (discese e pochi tratti in piano, con poche e brevi salite), seguendo autorevoli consigli avevo calcolato di correre la prima mezza circa 2’ più veloce. Pertanto, i miei 4’30"/km (per fare 3.10’), pari a 7’14"/miglio (totale 26.2 miglia) diventano 7’04/m. Tenere il ritmo non é facile: pianura ce n’é veramente poca! A tratti la pioggia cessa, per poi riprendere leggera. Il fondo stradale non é perfetto e risente evidentemente del gelo invernale. Il vento é forte, ma abbastanza trasversale.
Corro bene, tutto viene alla perfezione (1.33’02" alla mezza) fino a dopo il 17° miglio. A quel punto (circa 28° km), iniziano delle salite (sempre più ripide, fino alla "heartbreak hill", collina degli infarti, del 21° miglio) e la strada piega decisamente verso est (prima s’andava a NE). Il vento diventa ora fastidiosissimo: freddo, forte e totalmente frontale. Non c’é nessun riparo e si viene "infilati" nei lunghi rettilinei. In salita perdo quanto previsto, in discesa recupero un po’, ma nei tratti in piano, per il vento (ed ovviamente la stanchezza), non riesco a riprendere il ritmo giusto. Al 35° km. le salite maggiori sono finite; continuo a superare gente, anche moltissimi fermi per crampi (in cuor mio spero non capiti a me: proprio ora che é quasi fatta!). Le ultime due miglia, nel centro di Boston (tanto tifo, tanto pubblico, ma ancora tanto vento contrario e qualche salitella), sono a 7’50": ormai ho fatto i conti e so di non poter stare nei 3.10’. Traguardo nel rettilineo centrale, davanti ai grattacieli ed all’immensa biblioteca.
Dopo il traguardo, la scena é surreale: il tifo é alle spalle e quasi non si sente (il forte vento é, come sempre, contrario). La zona é chiusa a pubblico e traffico. Il silenzio é rotto solo dai volontari che invitano a continuare a camminare "per stare caldi".
In tutto il percorso, non mi sono mai voltato indietro; ho corso da solo e non ho mai detto una parola, superavo continuamente gente e ogni tanto sbirciavo (stando sul lato destro della strada era facile) il primo numero del pettorale, per vedere in che gruppo erano (e quindi quale tempo di qualificazione avevano), sorprendendomi dal superare tanti 6..., poi 5..., poi 4... e 3... . Ora guardo gli altri. Molti s’accasciano, o si siedono sulle sedie a rotelle, numerosissime. Anch’io ondeggio un po’, ma proseguo con le mie forze. Riguardo il cronometro: il totale segna 3.12’!
Ora piango per la fatica e soprattutto per la delusione. Ero sicuro di valere i 3.10’, oggi. Ma quel vento, quel freddo, quelle salite ... .
Consegnano dei teli riflettenti, ma col vento non servono a nulla. Restituzione chip e consegna medaglie abbastanza veloce. Veniamo riforniti d’una bottiglietta d’acqua, una mela, una banana, un sacchetto di patatine (?), una barretta energetica; niente di caldo, maledizione! Nel grande spazio a disposizione (strade sgombre e chiuse al traffico), per lasciare ampie vie di fuga ad ambulanze ecc., hanno "distribuito" gli scuolabus con le sacche in un paio di km! Il freddo inizia a sopraffarmi, malgrado abbia smesso di piovere da un po’. Finalmente raggiungo il "mio" bus e prontamente ottengo la sacca. Col piumino e tutta la roba pesante ed asciutta cammino (circa 2 km, da quel punto) fino all’ostello. Non riesco ad interrompere il battito dei denti ed il tremore (quest’ultimo lo avrò ancora dopo mezz’ora in camera). Tutti quelli che m’incontrano mi regalano un "congratulations" alla vista della bellissima medaglia, pesante e colorata.
Al caldo, mi faccio leggere i dettagli. Il crono é quello che é, ma ero alla mia seconda maratona, ed ho migliorato il mio personale di 5’25". Il percorso é più lento e molto più difficile di Venezia. Dall’Italia, tutti mi congratulano e mi fanno riflettere. Gli atleti di vertice (che in genere risentono meno delle condizioni climatiche, mi spiega Silvio) ci hanno messo 5’-6’ in più dell’anno scorso. Sono partito con il pettorale 7.615: davanti a me c’erano almeno 7.000 atleti con un tempo in maratona inferiore al mio e sono arrivato 2.219° (ecco perché mi sembrava d’aver sorpassato in continuazione!). A causa della difficoltà del clima, l’organizzazione ha prorogato la chiusura del cronometraggio di mezz’ora.
Riflettendoci, non é andata male e sono soddisfatto. Sono sicuro che i 3.10’ li potevo fare (il clima – vento a parte – dopotutto non era impossibile, certo meglio del caldo di Parigi, o Torino) e li meritavo, ma lo sport é così: non si può prevedere tutto ed essere sicuri di tutto!
Chissà se ci riuscirò in futuro. Magari ci proverò a Firenze (ma fino a fine settembre nessuno s’azzardi a dirlo a mia moglie: intesi?)!
In serata, alla cena di compleanno di Mike, l’ho invitato a correre in una delle nostre squadre alla Savigliano-Valmala, domenica 20/5.
Martedì e mercoledì mattina turismo e shopping sotto la pioggia (le scarpe da corsa costano meno di metà che in Italia!).
Rientro tra mercoledì e giovedì, giusto in tempo per l’allenamento "Comelsa" e per migliorare sabato (di poco, ma avevo le gambe un po’ dure) il mio personale sul miglio in pista. Due pb in sei giorni: dalle 26,2 miglia al miglio!
Paolo Bossi.
P.S.: oggi a Boston c’erano 20°C.!
P.P.S.: Invito tutti a cimentarsi con la 112^ edizione dell’anno prossimo: ne vale la pena, ed il pb é possibile!