29^ London Marathon, 26/4/2009 – Il sogno durato tre anni s’avvera.

 

Il 10 gennaio 2006, al mio primo allenamento in questa nostra grande squadra, ricevetti da Silvio il fascicoletto d’inizio anno. Ivi s’accennava all’idea d’organizzare una trasferta di gruppo per la maratona di Londra. Che fortuna: arrivo io e si va insieme nella mia città preferita! Io ero appena all’inizio, non sapevo se sarei mai stato in grado di correre una maratona, ma in qualche modo la scintilla era scoccata. Pochi mesi dopo, corsa la prima mezza, l’idea divenne progetto, anche se la spedizione di squadra fu annullata a causa dei prezzi eccessivi praticati dalle agenzie. In tre provammo ad iscriverci a Londra via lottery; ovviamente non ci riuscimmo (le probabilità sono circa 1/10).

Il sogno era di riuscire a correre una maratona (magari quella maratona) in quattro ore, Silvio mi disse che avrei potuto correrla in 3.30’. Non ci credevo molto, ma dopo sei mesi, con il 3.18’ dell’esordio veneziano potei iscrivermi a Boston, e con il 3.12’ di Boston valse finalmente l’iscrizione (senza lottery e senza furto d’agenzia) a Londra 2008, nella sezione “Good For Age”. Nel frattempo, tra Firenze e Sanremo, il personale scese a 3.10’ e poi a 3.07’, ma Londra era ancora lontana. L’anno scorso, durante una travagliata preparazione, quasi risolto il problema al ginocchio, le elezioni politiche furono fissate proprio il giorno di Londra. Dovetti rinviare d’un anno, mantenendo l’iscrizione (dovendo però ripagare la quota: grazie, Mastella!). Il ripiego su Zurigo fu infelice: la maratona non perdona la scarsa condizione. La possibilità d’una decente London Marathon sembrava allontanarsi ancora. D’estate, nell’ultimo soggiorno londinese, quante volte ho incrociato il percorso!

Il resto è storia di ieri: niente maratone d’autunno, lavoro sulla mezza, sul potenziamento, sulla disciplina d’allenamento … e Londra piano piano torna ad avvicinarsi. Silvio titola la tabella (per i 2.59’) “Sulle strade di casa” ed è quasi un sollievo potersi finalmente dedicare. Nelle otto settimane riesco a stare nei tempi ed anche a fare qualcosa di più, ma sono convinto di non valere quel tempo. Il modesto (1.27’) personale sulla mezza e quello (ancor più scadente) sui 10.000 mi proiettano oltre il 3.07’ di Sanremo…

Comunque, sto bene (malgrado ematocrito ed emoglobina ai minimi e cpk fuori norma), mi sono anche alleggerito di qualche kg, decido di correre con le nuove Saucony Tangent (A2) e di partire per le tre ore, sperando che l’inevitabile calo non sia crollo e si manifesti più vicino possibile al Mall.

 

Il venerdì, appena arrivato a Londra, vado a ritirare il pettorale. L’expo è nel lontano ExCel: un centro esposizioni/congressi bello, moderno, ben servito dai mezzi di trasporto, ma nella zona dei docks, molto ad est. Rapido ritiro di pettorale (32.978), meticolose istruzioni pre gara e chip, quindi un’occhiata all’expo. Oltre agli stand ufficiali dei produttori di materiale, sono interessanti anche quelli multimarca, ma ci vorrebbe troppo tempo. Colpisce il numero e la varietà di charities presenti. Il sabato alleggerisco la tensione andando a vedere una bella partita di rugby (divieto di fumo nell’intero stadio!), appena fuori Londra. La notte prima della gara è agitata (per me lo sono tutte le vigilie, ma c’è un compagno di stanza con inquietanti malattie respiratorie) tanto che la sveglia alle 6 è un sollievo.

Con un po’ d’apprensione, si parte! Il primo shock è appena fuori dall’ostello: non c’è una nuvola (ne erano previste e sperate a profusione)! Nella piccola stazione dell’Underground (nervosa attesa: a quell’ora era meglio un bus), all’inizio trovo solo 2 maratoneti, ma al cambio di treno è già folla ed a Charing Cross i maratoneti sono un ordinato e continuo fiume, avviato ai treni (per la stazione di Blackheath, consigliata per due delle tre partenze) dai volontari. Ero preoccupato per i tempi (contavo di poter prendere un treno almeno 30’ prima) e la ressa, ma i trasporti pubblici di Londra hanno una proverbiale efficienza; organizzazione ed educazione fanno il resto.

Lo spettacolo della zona di partenza toglie il fiato. Un’immensa spianata di prati, interrotta da viali, poche costruzioni ed alcune macchie d’alberi. Tre palloni a forma di dirigibile indicano dall’alto le tre partenze, ma la segnaletica a terra non è da meno, accompagnata da altoparlanti e volontari. Si alzano variopinte mongolfiere. Ogni gruppo di runners trova subito la sua area di partenza, dove si viene ammessi solo col pettorale giusto. All’interno (anche del mio piccolo “Fast Good For Age”, appena 2.000 numeri), distribuzione di acqua, speaker del settore, tende per spogliatoi e massaggi, tenda informazioni, gabinetti a profusione, camion bagagli (chiudono 5’ prima dello start, ma c’è un servizio anche per i ritardatari). Fa già caldo, niente nuvole. Ho un’ora e mezza di tempo, seduto sull’erba, mi spalmo la crema solare e, a 15’ dalla partenza, veniamo inseriti alla testa della red start, a pochi metri dalla linea. E’ un settore veloce e predominano le canotte dei team atletici britannici; l’agitazione sale.

 

Pronti e via, senza spingere (fair play, e comunque conta solo il real time, l’unico ed ufficiale tempo ad essere riportato). L’agitazione diventa commozione e dopo 50 mt. ho un groppo in gola ed un paio di lacrime, respiro, ma sto per vomitare. Per fortuna, tutto passa: si corre.

Il percorso non è in discesa come pensavo (la partenza è su una collinetta), ma ondulato, particolarmente quello della “mia” red start: breve piano, discesa di quasi 200 mt. di dislivello, risalita e finalmente discesa fino all’incontro del 3° miglio con gli altri due percorsi (già riuniti dal 1°). Il primo miglio mi sorprende con un incredibile 5’52” (uguale al mio pb in pista, qui c’era della discesa, ma ci sono anche le seguenti 25.2 miglia), rallento e, complice la salita, il 2° è giusto: 6’52”. Al mile 3 tutti confluiscono e l’effetto folla (in gara ed intorno) è impressionante. Al 5° km 19’46” (mio pb)! Rallento un po’ (era ora). Tornando al percorso, le miglia continuano a scorrere via, si gira verso ovest, il mile 4 è di nuovo troppo veloce (6’20”=3’56”/km); riesco a trattenermi e le miglia 5-12 sono tutte tra 6’28” e 6’48” (4’01”- 4’14”/km). Sia a causa dei frequenti lievi saliscendi (sottopassi, ponti …) e della mancanza di servizio pacer (troppo complicato per il numero di partecipanti), sia a causa di mio difetto ed inesperienza, la (ir)regolarità del ritmo è il mio primo (previsto) grande problema.

Al mile 6 siamo in Trafalgar road (ripenso alla storia: Nelson, fare il proprio dovere), nel centro di Greenwich. Ci sono venuto con la famiglia; ricordo mamma, che mi dice sempre che il nonno aveva studiato proprio lì, al Royal Naval College (che si costeggia). Il Cutty Sark non si vede (è in restauro post incendio); al 10° km passo in 40’18” (altro pb); si prosegue con qualche leggero cambio di pendenza, per quartieri che non conosco. Il pubblico è sempre numeroso e rumoroso; dopo una curva ed un sottopasso un inconfondibile suono torna a commuovermi: una band di suonatori di cornamusa, rigorosamente in kilt (ah, la Scozia, quando ci torno?). Sulla strada i gruppi musicali sono numerosi. In Jamaica road (siamo a Bermondsey, sempre a sud del Tamigi) il pubblico è notevole e rumoroso, ma aspetto con ansia il Tower Bridge, uno dei punti topici per panorama, spettacolo, folla e perché la mezza è poco dopo! Dopo una curva, la salitella preannuncia il ponte, vedo le torri! Non ancora smaltita l’emozione, ecco il breve (2 miglia) tratto a doppio senso (con un’andatura tra i 4’30” ed i 5’30” si sarebbero incrociati i top al ritorno), finalmente la mezza: 1.26’48”! So che è troppo veloce (1’ sotto al mio sudato pb di novembre), so che i 3’ di margine difficilmente potranno durare, ma non mi resta che tener duro e continuare a spingere. Si torna verso est, allontanandoci dal centro: lo sapevo, ma fa impressione. Nell’altro senso, incrocio qualche atleta in carrozzina, il pubblico dell’altro lato aspetta i professionisti. Vedo da quella parte il consueto grande arco segna miglia (tutti precisi e con display cronometrico, così come quelli ogni 5 km ed alla mezza) e sbircio il numero: 22 … fossi già lì!

L’Isle of Dogs è poco attraente: zone portuali riconvertite in uffici e case. Il caldo aumenta, ma i rifornimenti sono continui (praticamente uno a miglio), impossibile perderli: preavvisati da cartello, sono sfalsati sui due lati e non occorre neanche allungare la mano sui tavoli, perché le lunghe schiere di volontari rosso vestiti t’implorano di prendere una delle 750.000 bottigliette. Come deciso, alcuni rifornimenti li salto (così come tutte le “docce”), specie quelli dopo il Lucozade; non mi pare d’aver sete ed ogni volta bevo qualche sorso senza fermarmi, mi bagno un po’ e getto via la bottiglietta quasi intera: per i miei 67 chiletti sembra pesante da trasportare!

In genere cerco di correre vicino alla triplice “ideale” intermittente linea blu, ma col passare del tempo m’accorgo di deviare spesso, per distrazione o per stare di più all’ombra. La gestione del percorso è competente ed accurata. Le misure di sicurezza sono discrete ma notevoli. Non si vede un’auto (neanche in sosta), nessun clacson che suona, nessuna furbata tipo mezze strada per podisti e mezza per traffico veicolare.

Molti spettatori aspettano il passaggio di amici, parenti, compagni di squadra. Per essere riconosciuti, innalzano cartelli d’incitamento e bandiere. Io non ho nessuno sul percorso, ma ogni tanto tocco qualche mano protesa: idealmente quegli sconosciuti appassionati sono i miei amici e compagni, i parenti che so a casa davanti a tv e pc. Sapendo esserci l’aggiornamento in tempo reale, ad ogni 5 km, passando sui sensori è come se mandassi un messaggio a casa: sono qui, sto bene, corro forte come non ho mai corso, mi sembra di volare!

Dopo il mile 14 (6’44”), come previsto e prevedibile, il ritmo cala, assestandosi dapprima intorno ai 7’ (4’20”/km). Quasi alla fine del Canary Wharf (grattacieli avveniristici, piazze multipiano…), mi viene da vomitare ed il mile 19 è in 7’15”, provo a reagire, ma il 20° mi viene solo poco meglio: 7’07”. In compenso, si va finalmente verso ovest e la fine (in tutti i sensi, però) s’avvicina; quando arriva il sospirato tratto a due carreggiate, dall’altra parte è folla (sono - appena a metà strada, chissà come ci invidiano - i maratoneti che chiuderanno intorno alle 5 ore). Appena prima del mile 22, c’è il “castello” del km 35; passo in 2.27’58”, ancora un minuto meglio della tabella, ma non mi servono calcoli per capire che comunque chiuderò sopra le tre ore, in quanto già perdo 10”- 15” a miglio, le energie sembrano poche, il ritmo non può che calare e mancano più di 4 miglia. Arriva la City of London, è nota come “miglio quadrato”, quindi appena un miglio e sarò sul Victoria Embankment, ma non finisce mai! Per distrarmi dalla fatica penso al fatto che sono anni che non trovo il tempo di visitarla, con i suoi contrasti: stradine e grattacieli, monumenti e chiese di Wren; domani giuro che ci torno. Complici altre lievi variazioni di pendenza, il mile 23 è “lungo” 7’27” (4’38”/km). Finalmente entro nella City of Westminster ed è una liberazione… sulla destra si vede la colonna di Trafalgar, con Nelson che guarda lontano, a sinistra il Tamigi e London Eye … ormai è festa, corro a 4’45”- 4’50”/km, il tifo del pubblico è assordante come sempre, ed ecco il gran finale, nell’ultimo miglio: la torre del Big Ben, Houses of Parliament (mai una volta che sia riuscito a visitarne l’interno), si svolta vicino al monumento di Churchill (altro mio mito: il Nelson del ‘900), uno sguardo a Westminster Abbey (con la millenaria storia inglese) e, passato il miglio più lento (8’00” = 4’58/km - con troppe distrazioni, ma voglio godermi il mio momento, il mio sogno), torno a spingere un po’ (4’33”/km negli ultimi due), ripetendomi in italiano ed inglese “ogni secondo conta”, in quanto il mio pb è sicuro.

Prima di Buckingham Palace iniziano i cartelli ogni 100 yards, a destra c’è il St. James Park (da piccolo con papà – chissà se da lassù mi vede – e mamma foraggiavo oche e scoiattoli, l’anno scorso Susanna, Emily e Robert facevano altrettanto). Si svolta ed il traguardo è lì, sul Mall imbandierato a festa. L’orologio segna 3.01’… c’è il tempo d’assaporare la gioia, la soddisfazione per il risultato del mio feroce impegno di questi mesi (e tre anni).

Ripenso a quello che mi disse zia Posie (devo ringraziarla per l’aiuto nell’iscrivermi): nessuno nella famiglia ha mai avuto risultati sportivi di questo livello. Nuovamente commosso, scaccio le lacrime ed a braccia alzate chiudo sorridendo in 3.01’28”.    

 

Ho fatto 6’23” meno del personale di Sanremo: forse (controllando di più la prima mezza) avrei potuto fare ancora meglio, ma chi può dirlo? E se non fosse stata la London Marathon più calda della storia (nessun morto, ma 600 ricoverati)? Di sicuro, mi sono divertito: c’è stata la festa, vi ho preso parte ed è pure arrivato il risultato.

Se mi guardo indietro non ho davvero nessun rimpianto: sono sempre io, quello che 3 anni fa non sapeva se sarebbe stato possibile correre una maratona (e magari sotto le 4 ore), e che ora, a 47 anni (con 20 kg in meno), godo fino in fondo, la mia soddisfazione, personale e solitaria nella folla. Niente da rinnegare: dopo 8.500 km, 760 tra allenamenti e gare, gli acciacchi alle ginocchia, la fatica al freddo ed al caldo, si può guardare solo in avanti!

 

Dopo il traguardo, l’impeccabile organizzazione (ho già scritto di partenza e percorso) procede con la rimozione chip. Per me è un po’ più laboriosa, avendo utilizzato due robuste fascette da elettricista, tanto che i volontari non riescono a tagliarle. Mi siedo per terra e sfilo il tutto dai lacci. Non mi sono voluto fidare del sistema ufficiale (due fascette di carta, autoadesiva solo alla fine), consigliato per praticità (avvisano che se si usano i lacci li tagliano all’arrivo), ma a me non pare affatto sicuro (infatti, per strada ho visto diversi chip perduti). Effettivamente, quando più tardi arriveranno oltre 300 maratoneti al minuto dovranno fare in fretta, ma ora non c’è problema. La medaglia è bella, mentre la maglietta è una comune t shirt di cotone (solo XL), il risparmio è giustificato dalla scelta di devolvere il massimo possibile delle risorse in beneficenza, ma avrei ugualmente preferito qualcosa di meglio. Gli autocarri con le borse sono vicini, schierati sul Mall in più file. Il servizio, fonte di preoccupazioni della sicurezza (a Londra hanno dovuto abolire i depositi nelle stazioni e gran parte dei cestini per la spazzatura) è stato ottimo ed in un attimo posso telefonare ed asciugarmi. Fa così caldo che resto in tenuta da corsa, bevo quasi due litri e m’avvio lungo il Mall. La zona (nel parco) di ritrovo è già molto affollata, non ho bisogno degli spogliatoi e quindi proseguo fino a Trafalgar sq.. Volendo tornare a vedere un po’ di festa, giro in Whitehall tra i turisti, altra foto davanti alle Horse Guards e mi godo la Londra imperiale: palazzi governativi e monumenti relativi alle tante guerre vinte (quello “Glorious Deads” è infiorato da “poppy” dall’emisfero australe, perché siamo all’ANZAC Day). In Parliament Sq. mi infilo tra il pubblico, mentre il fiume dei maratoneti è in piena. Molti aspettano il passaggio della “celebrity” preferita, altri amici o parenti, altri i vestiti più bizzarri. Ora prevalgono nettamente i runners che corrono per le charities (es.: leucemie infantili, tumori, cani guida per ciechi, parkinson, ospedali, donazione sangue ed organi, ecc.), in maggioranza distinguibili semplicemente dalla canotta, ma i più curiosi sono quelli con strani costumi (con questo caldo!). Vedo dei Tarzan & Jane, una goccia di sangue, due improbabili (uomini) Pamela Anderson (con salvagente), una mucca (uomo) con mammelle …

Tutti si congratulano, mi chiedono se ho corso per me o per quale charity, se ho visto qualcuno famoso e quanto ci ho messo. Quando dico 3.01’ si stupiscono (ho l’aspetto d’uno lento?) ed alcuni si fanno addirittura fotografare con me (sempre in completo gara Atletica Varazze). Dopo due ore in piedi, sono un po’ stufo di trascinarmi lo scomodo sacco da deposito (avrei dovuto infilarci dentro uno zainetto) e decido di tornare in ostello (a mezzo bus, ma al piano terra, ché le scale non mi vengono bene) per doccia, cambio e piatto di pasta, prima d’uscire nuovamente per la Messa in Westminster Cathedral. Lunedì visito il London Museum (storia della città) e, come promesso in corsa, rivisito la City (con qualche difficoltà sulle scale). E’ fresco e piovicchia a tratti. Martedì vedo il bel Sir John Soane’s Museum, quindi shopping (senza più problemi neanche sulle scale) e cena da Wilma. Saputo che gareggiavo, è venuta con marito e figlio a vedermi al mile 12 e poi al 23, m’ha chiamato, ma non l’ho sentita. Ha fatto delle belle foto (non solo a me, ovviamente) e s’è proposta di correre anche lei nel 2010. Mercoledì rientro in tempo per un’oretta di corsa sciogli gambe con i compagni.

 

Ricevo a casa da Wilma (thanks!) l’inserto speciale di 32 pagine dell’Evening Standard. C’è l’intera classifica. Il mio 3.01’ mi colloca in posizione 1.060 su 35.247 (132 su 2.916 M45). Quello che colpisce è la lunghezza dell’elenco: è distribuito in 29 delle 32 pagine, io sono nella prima! Curiosando, vedo che la sezione “celebrity” annovera Chris Boardman, campione olimpico di ciclismo, recordman dell’ora, acclamato tecnico: nonostante i suoi 40 anni ed il suo fisicaccio ha chiuso in 3.19’.

 

L’ho fatta un po’ lunga ed è il momento di concludere. La gara è ben organizzata, la città è splendida, l’atmosfera unica, si può andare veloci (anche se il percorso non è piattissimo). Il costo non è eccessivo, pur trattandosi del più grande evento annuale mondiale di raccolta fondi. Dopo 14 anni con Flora, il nuovo sponsor (Virgin) ha staccato un assegno da 17 milioni di sterline (per 5 anni) e promette ulteriori miglioramenti per la 30^ edizione. Non vi viene voglia d’iscrivervi e partire? Io ci sto già pensando!

 

Paolo Bossi.